F A N T A S C R I V E N D O
è il sito dove fantasticare, avventurarsi in narrazioni, trovare i giusti attrezzi per scrivere, creare, raccontare, illustrare
vicendevolmente esperienze narrative e diverse opportunità.

Ci siamo manca poco al 18 giugno, giorno in cui si svolgerà la prima prova di Italiano, uguale in tutti le Istituzioni.
Quest'anno sarò commissario interno e accompagnerò i miei studenti della classe del Liceo Sportivo in questo percorso.
Lo scritto di Italiano ha mantenuto la consueta fisionomia mentre per l'orale ci sono delle novità sia nella conduzione del colloquio ma anche per quanto concerne la griglia di valutazione.
Condivido tre video dedicati alle tipologie A, B, C con indicazioni pratiche fase per fase per realizzare concretamente un buon elaborao
Il video per il colloquio orale è in preparazione e tra qualche giorno sarà visibile sul mio canale YouTube.
Se invece amate leggere trovate efficaci indicazioni sulle varie tipologie in questo sito web realizzato su Canva: https://letterando.my.canva.site/esame-maturita-26
Qui i link dei video:
Buon lavoro e a presto!!!

C'è una domanda che nessuna tecnica può risolvere.
Non sta nell'incipit né nel personaggio né nella struttura narrativa.
Non l'hai trovata nei dialoghi o nell'ambientazione.
È rimasta lì, sullo sfondo, per tutti e otto i numeri di Fantascrivendo.
Chi sei tu, come scrittore?
È la domanda più concreta che esista perché la risposta cambia ogni scelta che implementi sulla pagina: il ritmo delle frasi, i dettagli che scegli di notare, le storie che senti il bisogno di raccontare.
La voce non si sceglie, si riconosce
La voce di una narrazione non si imposta a tavolino.
Non è come un font o uno stile da copiare.
Emerge lentamente, con la pratica, con l'errore, con la revisione.
E spesso arriva proprio quando sei così preso dalla storia da dimenticare di "scrivere bene". Ciò che rimane, in quel momento di abbandono, è la tua voce.
Molti scrittori all'inizio cercano di scrivere come il loro autore preferito. Esiste però una bella differenza tra assorbire ciò che ami e lasciarlo vivere dentro di te, e cercare di replicare uno stile dall'esterno. La prima strada ti consente di riconoscere la tua voce. La seconda ti porta solo all'imitazione.
Gli strumenti che hai costruito
In questi otto numeri hai acquisito una cassetta degli attrezzi completa. Vale la pena di esaminarla nel suo insieme e non come lista di tecniche isolate, piuttosto come un sistema.
L'incipit, la prima promessa al lettore. Ogni storia comincia con un patto.
Il personaggio, non chi è, ma cosa vuole e cosa teme. Il motore interno.
Show don't tell, mostrare attraverso azioni e dettagli concreti, non spiegare.
I dialoghi, le parole che i personaggi non dicono sono spesso più importanti di quelle che dicono.
La struttura narrativa, la mappa del viaggio. Non una gabbia, ma una bussola.
La revisione, scrivere è riscrivere. La prima bozza è solo l'inizio.
L'ambientazione, i luoghi che respirano, che filtrano l'emozione dei personaggi.
Il punto di vista, la voce che sceglie cosa mostrare e come. Non è mai neutrale.
Questi strumenti si intrecciano tra di loro, perché la vera competenza non è usarli uno alla volta ma saperli orchestrare.
L'AI come specchio: usala per trovare te stesso
In tutta la serie abbiamo parlato di come l'AI può supportare il processo creativo. Qui vogliamo fare un passo diverso: usarla non per generare una storia, ma per capire meglio la tua voce.
Per analizzare il tuo stile: Analizza questo testo dal punto di vista stilistico. Descrivi: il ritmo delle frasi, il tipo di dettagli scelti, il registro linguistico, cosa caratterizza questa voce. Non giudicare, descrivi. (incolla il tuo testo)
Per operare un confronto: Ho scritto questo testo: (incolla il tuo testo)
I miei autori preferiti sono (nome 1, nome 2, nome 3)
Cosa del mio stile assomiglia alle loro tecniche? Cosa invece sembra originale?
Per ricevere un feedback costruttivo: Dammi un feedback su questa bozza. Indica cosa funziona e cosa potrebbe essere più efficace. Sii specifico, non generico.
(incolla il tuo testo)
C'è però un momento in cui l'AI diventa un ostacolo, quando utilizzi le sue parole per evitare di trovare la tua strada narrativa. L’AI, infatti, è brava nel generare testi fluidi, coerenti, corretti. Questi testi non sono però la tua voce. È soltanto uno strumento che può aiutarti a sbloccarti, a esplorare, a ricevere feedback.
L'esercizio conclusivo
Scrivi un racconto di 300-500 parole usando tutto quello che abbiamo visto insieme:
Non deve essere perfetto. Non deve piacere a tutti. Deve essere tuo.
Quando hai finito, prima di rileggere e correggere, chiediti una cosa sola: C'è qualcosa in questo testo che solo tu avresti potuto scrivere così? Se la risposta è sì, anche solo in una frase oppure in un dettaglio, hai trovato quello che cercavi.
Se la risposta è no, non preoccuparti.
Riprova perché la propria voce si costruisce parola dopo parola.
Un saluto e anche una promessa
L’idea che tanti anni fa mi ha spinto a costruire Fantascrivendo nasce dalla convinzione che scrivere sia un'abilità che si può imparare. Non è un talento riservato a pochi.
Ogni tecnica che abbiamo esplorato in questi otto numeri esiste per accorciare le distanze tra la storia che senti dentro di te e quella che riesci a mettere sulla pagina.
La tecnica è solo metà del lavoro. L'altra metà è il coraggio di scrivere storie che ti appartengono!
Continua a scrivere e a riprovare. La storia che stai cercando di raccontare ha bisogno esattamente di te.

C'è una domanda che ogni scrittore affronta prima ancora di scrivere la prima riga di una storia, spesso senza accorgersene. Non si tratta di trovare la propria idea ma riflettere su come raccontare e a chi affidare il messaggio. Si, sto parlando del punto di vista, la visione del mondo che di fatto influisce sull’atmosfera, sulla tensione, sul rapporto che si va instaurare con il lettore e che caratterizza il significato profondo della storia.
Quindi una scelta che non possiamo fare a cuore leggero ma che determina in un’ultima analisi sul successo della nostra storia.
Facciamo un esempio concreto, immaginiamo a un incidente stradale che avviene nel tardo pomeriggio. Se andiamo a intervistare il guidatore affiorerà il suo senso di colpa e la paura provata, se chiediamo a un passante ci racconterà un punto di vista basato sulla distanza e su ciò che ha osservato e così via a secondo di chi si andrà a interpellare.
Ecco questo è il punto di vista.
Chi ha il diritto di raccontare
La scelta del nostro punto di vista non è una scelta tecnica ma è determinata da una sorta di decisione filosofica. A chi diamo la parola, a chi affidiamo la responsabilità di prendere per mano il lettore e di decidere cosa possa sapere o no?
Le prospettive principali sono essenzialmente quattro e ognuna prevede un costo e un guadagno preciso. L’uso della prima persona colloca il narratore dentro la storia. Ha accesso diretto ai propri pensieri e crea un'intimità immediata con il lettore. Si paga però un prezzo alto, nessuna informazione su tutto ciò che si non vede, non si sente, non si conosce. Se esce dalla stanza, la scena finisce lì. È il punto di vista della confessione, del monologo interiore, della voce che non si riesce a smettere di ascoltare, anche quando come lettore sospetti che stia mentendo.
La terza persona limitata è la più usata nella narrativa contemporanea, e questo non a caso. Infatti questo punto di vista è ancorato a un solo personaggio, che vede tutto e può descrivere, altrimenti impossibile con l’adozione della prima persona. Certamente richiede una coerenza assoluta. Ad esempio, se sei nella testa di Marco, non puoi sapere cosa pensa Elena. Questa coerenza, se rispettata, diventa uno strumento narrativo senza eguali.
La terza persona onnisciente sa tutto, ripensiamo alle nostre letture scolastiche de I promessi sposi. Pensieri, motivazioni, segreti di ogni personaggio. Si sposta liberamente, commenta, anticipa, orienta le simpatie o antipatie nei confronti di qualche personaggio specifico. È il punto di vista dei grandi romanzi corali, delle saghe, delle storie più grandi di un singolo personaggio. Richiede una disciplina ferrea altrimenti si entra nel territorio del head-hopping o salto di testa e si cominciamo a perdere i lettori.
La seconda persona è rara, coraggiosa, destabilizzante. Il lettore diventa protagonista. Funziona a dosi brevi, in contesti precisi, quando l'immersione totale è parte del significato stesso della storia. Usarla senza una ragione precisa è un rischio che raramente vale la pena correre.
Il pericolo silenzioso: l'head-hopping
Analizziamo meglio il salto di testa con un esempio concreto. Riprendiamo la nostra storia di Marco e Elena e analizziamo questo breve passo: "Marco entrò nella stanza e si chiese se fidarsi di lei. Elena lo guardò. Sapeva che lui non si fidava — e quella consapevolezza la feriva." In due righe due personaggi, nessuna indicazione e il lettore non ha più chiaro chi seguire. Per ovviare a questo problema è sufficiente introdurre in ogni scena un unico personaggio. Se vuoi cambiare punto di vista allora cambia scena o capitolo. Inserisci un segnale chiaro dallo spazio bianco a un titolo, a un salto temporale. Il punto di vista naturalmente cambiare ma non di soppiatto.
Quando il narratore non vede se stesso
Esiste un’altra alternativa, molto affascinante, ma che richiede una maggiore dose di attenzione, mi riferisco al narratore inaffidabile. Non mente necessariamente in modo consapevole, piuttosto non riesce a scorgere ciò che il lettore vede invece con chiarezza. E questo scarto, questa distanza tra la versione del narratore e la realtà che trapela tra le righe, a diventare uno degli strumenti più potenti della narrazione. "Quella sera fui gentile con tutti. Dissi sempre la cosa giusta, sorrisi quando serviva. Non capisco perché nessuno mi voglia bene." Il narratore non coglie la contraddizione ma il lettore eccome. Per costruire un narratore inaffidabile dobbiamo fare attenzione agli aspetti che personaggio non riesce a vedere su se stesso. In questo modo potremo costruire la narrazione in modo che un lettore attento possa intuirlo, senza che venga mai affermato in modo esplicito.
L'AI per lavorare sul punto di vista
Anche in questo caso l'intelligenza artificiale può venirci in aiuti per verificare la coerenza del nostro testo e soprattutto per segnalarci i punti critici. È consigliabile procedere caricando scena per scena e non il testo tutto insieme.
Prompt 1: Riscrivi la scena da prospettive diverse
La mia prima scena: (incolla il testo).
Riscrivila tre volte mantenendo gli stessi fatti:
1. Prima persona, dal personaggio A
2. Terza persona limitata, dal personaggio B
3. Terza persona onnisciente
Per ciascuna versione, indica brevemente cosa il lettore sa, cosa ignora e cosa percepisce in modo diverso rispetto alle altre. Prompt 2: Individua i momenti di head-hopping
Questo è un brano del mio racconto: (incolla il testo).
Il punto di vista dichiarato è (prima persona / terza limitata su X / terza onnisciente).
Analizza il testo e segnala:
1. I punti in cui esco involontariamente dal punto di vista scelto.
2. I momenti in cui il personaggio sa cose che non potrebbe sapere
3. I salti di prospettiva non segnalati Per ogni problema trovato, suggerisci una possibile correzione.
Prompt 3: Verifica la coerenza dell’head-hopping su più scene
Ti riporto tre scene del mio racconto:(incolla le varie scene).
Il punto di vista cambia tra le scene, desidero che sia intenzionale e segnalato.
Analizza:
1. I cambi di punto di vista sono chiari per il lettore?
2. Ci sono passaggi ambigui in cui non è chiaro chi stia percependo la scena?
3. La transizione tra un punto di vista e l'altro è fluida o avviene per salti?
Suggeriscimi come migliorare le transizioni critiche.
Esercizio pratico
Scegli un episodio semplice come una discussione durante un pasto o un tragitto in auto.
Scrivilo in prima persona come l'hai vissuto, poi riprova in terza limitata, dal punto di vista di qualcuno che era lì con te. Infine prova in terza onnisciente.
Rileggi i tre testi e domandati: Quale ti sembra più efficace? Quale più interessante? Quale vorresti continuare?
La risposta all’ultima domanda ti dirà quale punto di vista appartiene alla storia.
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Quando i luoghi diventano personaggi
Chiudi gli occhi e pensa a Hogwarts. Non ai personaggi ma al castello. Le scale che cambiano posizione, i ritratti che parlano, la Sala Grande con il soffitto incantato.
Il luogo non è solo uno sfondo: è vivo, ha una personalità, influenza gli eventi.
Questa è un'ambientazione che respira.
Molti scrittori trattano l'ambientazione come un dettaglio secondario, qualche descrizione qua e là, giusto per dire "dove" si svolge la storia. Ma un'ambientazione ben costruita fa molto di più. Crea atmosfera, rivela carattere, anticipa temi, diventa parte integrante della narrazione.
La differenza tra un luogo generico e un mondo credibile non è nella quantità di dettagli. È nella capacità di far sentire quel luogo reale, anche quando è completamente inventato.
I sette sensi dell'ambientazione
Spesso si descrive solo con la vista, ma un luogo coinvolge tutti e sette i sensi, inclusi i due spesso dimenticati.
Cinque sensi classici
• Vista: Es. Rettangoli dorati sul pavimento graffiato.
• Udito: Es. Traffico in città, canto degli uccelli in campagna, crepitio di torce nel fantasy.
• Olfatto: Es. Asfalto bagnato, resina di pini, pietra fredda.
• Tatto: Es. Caldo appiccicoso, freddo pungente, pavimento ruvido.
• Gusto: Es. Sapore della paura, polvere, sale marino.
Due sensi dimenticati: propriocezione intesa come la percezione del proprio corpo nello spazio e come il personaggio si sente fisicamente in un dato luogo; l'equilibrio dato dalla sensazione di movimento o staticità, di stabilità o vertigine.
Esempio completo con tutti e sette i sensi: "La torre oscillava impercettibilmente nel vento (equilibrio). Anna si aggrappò alla ringhiera, sentendo il metallo gelido morderle i palmi (tatto). Sotto di lei, la città era un formicaio di luci tremolanti (vista), il ronzio del traffico saliva attutito come un respiro lontano (udito). L'aria sapeva di pioggia imminente (gusto). Odore di ferro arrugginito e pietra bagnata (olfatto). Le gambe le tremavano, non per il freddo ma per la consapevolezza di quanto fosse piccola su quella stretta piattaforma sospesa nel vuoto (propriocezione)."
L'intelligenza artificiale per costruire ambientazioni
L'AI può arricchire le tue ambientazioni con nuovi dettagli, vi invito a provare questi prompt per osservare il risultato.
Prompt 1: Espandi l'ambientazione
Descrivi brevemente il luogo.
L'AI suggerisce 10 dettagli sensoriali (vista, udito, olfatto, tatto, gusto) coerenti con l'atmosfera scelta.
Esempio pratico
Input: "Biblioteca antica in un monastero abbandonato. Atmosfera inquietante."
Output: odore di carta vecchia e muffa; polvere che si alza; scricchiolio del pavimento; raggi di luce dalle vetrate rotte; freddo umido; sussurro del vento; copertine di pelle screpolata; ragnatele sugli scaffali; macchie sui muri; silenzio denso.
Prompt 2: Testa la coerenza del worldbuilding
Descrivi regole, società, magia o tecnologia.
L'AI analizza: contraddizioni interne; conseguenze logiche delle regole; elementi mancanti; aspetti da sviluppare.
Prompt 3: Genera variazioni della stessa ambientazione
Descrivi il luogo.
L'AI mostra come cambia la percezione per: bambino di 8 anni; anziano residente da 50 anni; straniero; chi lo teme. Mantieni i dati, ma cambia il punto di vista.
Prompt 4: Atmosfera e mood
Indica il luogo e l'atmosfera desiderata.
L'AI propone: tre dettagli visivi; due suoni; un odore; una sensazione tattile.
Come utilizzare i risultati dell'AI
1. Generazione: utilizza i prompt per ottenere dettagli sensoriali e idee di worldbuilding.
2. Selezione: scegli solo 2-3 dettagli utili tra quelli proposti dall'AI; evita descrizioni superflue.
3. Integrazione: inserisci i dettagli nella narrazione tramite le azioni e le percezioni dei personaggi, senza elencarli.
4. Voce personale: riscrivi con parole tue mantenendo il più possibile il tuo stile personale.
Esercizio pratico
Scegli un luogo familiare.
Step 1: descrivilo con i sensi e sulla bade del tuo stato d'animo.
Step 2: immaginati in una di queste condizioni: appena innamorato; estremamente stanco; in fuga; tornato dopo 20 anni. Step 3: riscrivi il luogo filtrando ogni emozione.
L'ambientazione dipende sempre dal punto di vista del personaggio.
Conclusione
Un'ambientazione che respira non è un accumulo di dettagli. È la selezione strategica di quei pochi dettagli che fanno sentire il luogo vivo, reale, abitato.
L'intelligenza artificiale può suggerirti dettagli sensoriali, aiutarti a verificare la coerenza del worldbuilding, mostrarti come cambia la percezione con punti di vista diversi. La scelta spetta sempre a te.
Il mondo della tua storia non esiste finché il lettore non riesce a vederlo, sentirlo, annusarlo. Fallo respirare.

Sul difficile equilibrio tra limare e fermarsi
Quante volte ti sei detto: «Non è ancora pronto. Devo rivedere tutto»?
Succede anche a me, dopo anni di scrittura e diversi libri pubblicati. Il perfezionismo non arriva all’inizio: si presenta alla fine, proprio quando dovrei chiudere. È lì che diventa un nemico silenzioso. Restano i dubbi, il rimando continuo, l’incapacità di lasciare andare.
La vera domanda è: come riconoscere il momento in cui un testo è davvero finito?
I tre livelli della revisione
Ho imparato a non concentrare tutta la revisione alla fine.
Farlo significa passare da una virgola a un problema strutturale, con il solo risultato di creare confusione e stanchezza.
Una revisione efficace procede per livelli.
1. Revisione macro: la struttura
Si parte dall’insieme. Può aiutare costruire una mappa degli snodi principali. Non è il momento della sintassi, ma dell’architettura del testo.
Chiediti:
Qui si spostano capitoli, si tagliano scene, si aggiungono sezioni. È il tempo delle scelte ampie e del coraggio.
Segnale di chiusura: la trama scorre senza buchi logici evidenti.
2. Revisione intermedia:scene e personaggi
Ora ogni scena deve guadagnarsi il proprio posto:
A questo livello puoi riscrivere scene intere, approfondire i personaggi, rafforzare i dialoghi.
Segnale di chiusura: ogni scena è necessaria e i personaggi risultano credibili.
3. Revisione micro, frase per frase
Solo alla fine si scende nel dettaglio: sintassi, punteggiatura, scelta delle parole.
Partire da qui significa lucidare frasi che potresti poi eliminare.
Le domande diventano chirurgiche:
Questa è la fase della lucidatura. Il testo esiste già, tu lo stai solo facendo brillare.
Segnale di chiusura: leggi tutto ad alta voce senza inciampi né errori evidenti.
L'AI come supporto alla revisione
Quando rileggiamo ciò che abbiamo scritto, il cervello tende a colmare automaticamente i vuoti. Vediamo collegamenti che non esistono. Per questo uno sguardo esterno può fare la differenza.
Ecco quattro prompt pratici.
Prompt 1: analisi della struttura
Ho scritto questo racconto/capitolo: (incolla il testo).
Analizza la struttura e dimmi:
A cosa serve: intercetta problemi strutturali che, da autore, potresti non vedere.
Prompt 2: scene superflue
Analizza questo testo: (incolla).
Individua scene o paragrafi che NON:
Quali potrebbero essere tagliati senza perdere elementi essenziali? A cosa serve: ti aiuta a essere spietato con ciò che rallenta la narrazione.
Prompt 3: ripetizioni e ridondanze
Analizza questo testo: (incolla).
Segnala:
A cosa serve: individua automatismi che il tuo occhio ormai ignora.
Prompt 4: coerenza dei personaggi
Ho questo personaggio: (breve descrizione).
Ecco alcune scene in cui appare: (incolla).
Il personaggio è coerente? Ci sono contraddizioni non giustificate? La voce è riconoscibile?
A cosa serve: evita che i personaggi cambino personalità in funzione della trama.
Ti aspetto per il prossimo articolo!

Per anni abbiamo identificato l’innovazione nella scuola con uno strumento. Un oggetto nuovo, spesso tecnologico, che prometteva di rivoluzionare la didattica. Anche nel caso della realtà virtuale l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul visore, come se fosse lui il cuore del cambiamento. In realtà il visore è solo una soglia. La trasformazione autentica avviene altrove, nella co-progettazione di mondi e nel modo in cui gli studenti li abitano.
È da questa consapevolezza che nasce Il Latino con le macchine del tempo, un progetto che non punta a “modernizzare” il latino con un tocco tecnologico, ma a restituirgli ciò che gli è stato progressivamente sottratto: lo spazio, la tridimensionalità, la vita.
Il latino, nella pratica scolastica tradizionale, è spesso ridotto a un testo da decodificare. Una lingua osservata al microscopio grammaticale, sezionata, analizzata, tradotta. Un esercizio intellettuale rigoroso, certo, ma frequentemente disancorato dall’esperienza. Eppure, il latino non è nato come struttura astratta, è stata una lingua di relazioni, di mercati, di case, di tribunali, di strade.
La “macchina del tempo” del mio progetto non è un espediente scenografico, ma una cornice metodologica. Consente agli studenti di collocarsi all’interno di un contesto storico ricostruito, di muoversi in uno spazio, di incontrare personaggi, di costruire, di leggere e ascoltare la lingua in situazione.
Non si tratta di assistere a una rappresentazione piuttosto di attraversare un ambiente.
Nel progetto, ogni gruppo di studenti è chiamato a simulare una vendita all’interno di una bottega romana. I discenti non assistono a un dialogo già scritto, lo costruiscono.
La frase in latino che compare nell’immagine, ad esempio l’offerta delle verdure fresche, non è stata fornita da me come docente, ma elaborata dagli studenti stessi. Questo è un passaggio decisivo poiché la lingua non viene solo interpretata, viene prodotta.
Per rendere possibile tutto questo utilizzo Delightex EDU, una piattaforma che consente di creare ambienti immersivi in 3D. La piattaforma diventa così il nostro spazio operativo all’interno del quale si realizza una scelta metodologica precisa. Il latino si apprende attraverso situazioni comunicative simulate e contestualizzate.
Quando uno studente scrive e pronuncia una frase come venditore, non sta semplicemente applicando una regola. Sta mettendo in atto una competenza. Deve pensare al caso corretto, all’accordo, al tempo verbale e alla situazione comunicativa. Il latino smette di essere oggetto di analisi e diventa azione linguistica.
L’ambiente tridimensionale amplifica questo processo. La bottega non è uno sfondo neutro, è uno spazio che conferisce senso alle parole. Le merci sono visibili, il banco è presente, il cliente si avvicina. L’interazione avviene in un contesto che rende plausibile il dialogo. L’apprendimento si contestualizza, il lessico si fissa perché è legato a un oggetto, la struttura si consolida perché è funzionale a uno scopo.
In questo modo la “macchina del tempo” non è una trovata narrativa, ma un dispositivo pedagogico. Consente agli studenti di attraversare uno spazio ricostruito e di inserirsi in una dinamica sociale. Non stanno studiando il commercio romano in modo descrittivo, lo stanno simulando. Non stanno traducendo una scena di mercato, la stanno costruendo.
Il ruolo del docente, in tutto questo, muta profondamente. Diventa regista e architetto di contesti. Co-progetta l’ambiente, guida la coerenza storica, sostiene la correttezza linguistica, orchestra le interazioni. È una regia, sullo sfondo, invisibile ma fondamentale.
Il risultato è che il latino, da lingua percepita come distante, ritorna a essere esperienza.

Dal caos alla forma
Hai un'idea bellissima.
Personaggi straordinari, scene efficaci, dialoghi entusiasmanti. Provi a sistemare cercando di dare forma all’insieme, ma il risultato diventa un guazzabuglio privo di logica.
Le scene si accavallano, manca il ritmo e la storia si ripiega su se stessa.
Aiuto!!! Il problema non è la creatività.
È la mancanza di una struttura, aspetto imprescindibile. Smettiamo di vedere la struttura come una sorta di gabbia che mortifica la nostra immaginazione. È esattamente il contrario, la struttura permette alla storia di stare in piedi, è presente una narrazione che guida chiaramente il lettore dall’inizio alla fine.
Perché la struttura conta
La struttura narrativa non è una formula che si deve applicare rigidamente. È un principio organizzativo che risponde a una domanda fondamentale “In che ordine racconto gli eventi per massimizzare l'impatto emotivo sul lettore?”
Puoi avere personaggi efficaci ma se manca l’arco narrativo il lettore si annoierà perché il nostro racconto sarà privo di aspettative, tensioni e soddisfazioni.
La struttura in tre atti è la più antica, risale ad Aristotele, che ne parla nella Poetica. Certamente non è l’unica via possibile anche se riflette il modo in cui noi, da sempre, percepiamo le storie: un inizio (protasi), uno svolgimento (epitasis), una conclusione (catastrofe).
Step 1 - Setup (circa il 25% della storia)
Fai conoscere al lettore la vita quotidiana del protagonista, prima che qualcosa la stravolga.
Come fare: Presenta il protagonista nel suo mondo quotidiano.
Mostra chi è, cosa vuole davvero (o cosa crede di volere) e quali sono i suoi limiti.
Introduci il conflitto principale o l’evento che rompe l’equilibrio.
Fai capire al lettore che tipo di storia sta per vivere.
Evento chiave: Il punto di svolta 1
Accade qualcosa che costringe il protagonista ad agire, non può più ignorare il problema. Entra in un territorio nuovo fisicamente e/o emotivamente.
Esempio: In Harry Potter, l'atto I termina quando Harry sale sul treno per Hogwarts. Non può più tornare alla vita dai Dursley, ha attraversato una soglia.
Step 2 - Confrontation (circa il 50% della storia)
Questa è la parte più lunga e più difficile da scrivere. Il protagonista affronta ostacoli crescenti, commette errori, impara, cambia.
Cosa devi fare:
• il protagonista persegue un suo obiettivo e inciampa in continui ostacoli;
• ogni tentativo fallisce o ha conseguenze inaspettate;
• la posta in gioco aumenta progressivamente;
• il protagonista viene messo alla prova (fisicamente, emotivamente, moralmente).
Punto medio (Midpoint): A metà della storia, qualcosa cambia. Una rivelazione, una falsa vittoria, una falsa sconfitta. Il protagonista non può più agire come prima e la direzione della storia si sposta.
Esempio: Nel midpoint di molti thriller, il protagonista scopre che il nemico è più vicino/potente di quanto pensasse, o che qualcuno di cui si fidava lo ha tradito.
Evento chiave: Il punto di svolta 2
Il momento più buio. Tutto sembra perduto. Il protagonista ha fallito, o sembra aver fallito.
È questo il momento di massima disperazione.
Questo punto è necessario perché rende credibile la trasformazione finale. Infatti se il protagonista non tocca il fondo, la sua vittoria (se c'è) non ha peso.
Step 3 - Risolution (circa il 25% della storia)
Il protagonista, trasformato dalle esperienze dell'Atto II, affronta il conflitto finale con una nuova consapevolezza o nuove capacità.
Cosa devi fare:
• il protagonista opta per una scelta definitiva (spesso la decisione che non avrebbe potuto prendere all'inizio);
• affronta il conflitto principale nell'atto culminante (climax);
• risolve (o non risolve) la situazione;
• mostra il nuovo equilibrio, come è cambiato il mondo dopo questa storia. Il climax: Non è solo l'evento più spettacolare.
È il momento in cui il protagonista applica tutto quello che ha imparato. La trasformazione interna si manifesta in un'azione esterna.
Esempio: In Il Signore degli Anelli, Frodo distrugge l'Anello non perché è diventato più forte fisicamente, ma perché ha trovato il coraggio di lasciar andare il potere.
L'arco di trasformazione del protagonista
La struttura non è solo una sequenza di eventi, rappresenta il percorso di trasformazione del protagonista. All’inizio di ogni storia il protagonista ha una visione limitata di sé, del mondo, o di ciò che è possibile. Ha paure, credenze limitanti, punti ciechi. Durante la storia, gli accadimenti lo costringono a confrontarsi con questi limiti. Ogni ostacolo diventa un'opportunità (anche se dolorosa) per crescere. Alla fine della storia, il nostro eroe è cambiato, ha superato (o non ha superato) i suoi limiti, diventando capace di fare qualcosa che all'inizio non era in grado di affrontare.
Varianti della struttura
La struttura in tre atti non è l'unica possibilità. Esistono altre varianti efficaci come il viaggio dell'eroe (Joseph Campbell/Christopher Vogler) in 12 tappe; la struttura in cinque atti di Shakespeare per trame complesse oppure la struttura a Kishōtenketsu (narrazione orientale) in quattro parti che non si basa sul conflitto, ma sulla sorpresa e sulla rivelazione di connessioni inaspettate.
Un aiuto dall'AI per lavorare sulla struttura
L'AI può aiutarci a visualizzare la struttura della storia, a identificare buchi narrativi e a suggerire efficaci punti di svolta.
Prompt 1: Analizza la struttura attuale
Ho scritto questa storia/scaletta: (descrivi trama in 200-300 parole).
Analizza la struttura:
1. Come sono i tre atti? Sono bilanciati (25%-50%-25%)?
2. Dov'è il punto di svolta 1? E il punto di svolta 2?
3. È presente un midpoint chiaro a metà della storia?
4. Il protagonista segue un arco di trasformazione evidente?
5. Sono presenti alcuni buchi narrativi o salti logici?
Prompt 2: Suggeriscimi alcuni punti di svolta
La mia storia è questa: (descrivi brevemente).
Il protagonista parte da: (situazione iniziale).
Deve arrivare a: (situazione finale).
Suggeriscimi 3 possibili punti di svolta che:
- Costringano il protagonista ad agire
- Aumentino la posta in gioco
- Siano coerenti con il genere (specifica: thriller, romance, fantasy, etc.)
Prompt 3: Testa l'arco del protagonista
Il mio protagonista è: (descrivi personaggio).
All'inizio della storia è così: (caratteristiche iniziali, paure, limiti).
Alla fine dovrebbe essere così: (come è cambiato).
Suggerisci 5 eventi chiave che potrebbero causare la sua trasformazione in modo credibile. Ogni evento deve costringerlo a confrontarsi con i suoi limiti.
Prompt 4: Verifica il ritmo
Ho questa scaletta: (elenca scene principali).
Analizza il ritmo:
1. Ci sono troppe scene lente consecutive?
2. L'azione è distribuita in modo equilibrato?
3. I momenti di tensione sono seguiti da momenti di pausa?
4. Il climax arriva al momento giusto?
In conclusione
La struttura non limita la creatività anzi libera la nostra immaginazione. Quando sai dove stai andando, puoi permetterti di esplorare deviazioni interessanti lungo il percorso. Quando non hai una mappa, ogni cambaimento di rotta rischia di farti perdere. L'intelligenza artificiale può aiutarti a visualizzare la struttura, identificare i buchi, suggerire punti di svolta. Ma la decisione finale, quale storia raccontare e come, rimane tua.

Perché il silenzio è il vero protagonista
Gennaio 2026
L'ho letto spesso in questi giorni:
"Quest'anno voglio comunicare meglio."
L'ho pensato anch'io.
Ma cosa significa comunicare meglio?
Nella scrittura, come nella vita, non sono le affermazioni a contare ma i dialoghi autentici, nei quali il silenzio suggerisce più delle parole e una pausa vale quanto una frase. Il dialogo narrativo è uno degli strumenti fondamentali a disposizione dello scrittore, difficile da padroneggiare. La linea di confine tra un dialogo efficace e uno artificiale è sottile, allo stesso tempo decisiva. Il primo dà vita ai personaggi, il secondo li riduce a semplici portavoce dell’autore.
Quando il dialogo suona falso
Ti è mai capitato di leggere una scena come questa?
Dialogo artificioso
«Ciao Marco, come va il tuo lavoro da ingegnere, iniziato tre anni fa dopo la laurea al Politecnico?»
«Bene, Laura. Come procede il tuo negozio di libri che hai aperto dopo il divorzio?»
Nessuno parla così. Questo dialogo serve solo a informare il lettore, non perché i personaggi abbiano davvero bisogno di dirsi queste cose. È semplicemente un dialogo funzionale, costruito senza alcuna prospettiva.
Dialogo autentico
«Ciao.»
«Ciao.» Pausa. «Sei tornato.»
«Solo per il weekend.»
«Ah.» Lei distolse lo sguardo. «Il negozio chiude alle sette, se...»
«Se cosa?»
«Niente. Lascia perdere.»
Nel secondo dialogo non sappiamo tutto, percepiamo la tensione, la storia non detta, il peso del silenzio. È questo che rende un dialogo vero.
Il sottotesto: ciò che non viene detto
(Ne abbiamo parlato anche nell’articolo precedente, ma vale la pena ribadirlo perché è il cuore di ogni dialogo efficace).
Il sottotesto è la vera magia del dialogo narrativo: ciò che i personaggi non dicono, ciò che nascondono, ciò che desiderano e non possono esprimere.
Nella vita reale, raramente diciamo esattamente quello che pensiamo. Ci frenano paure, imbarazzi, orgoglio. I personaggi devono funzionare allo stesso modo.
Dare voce diversa a ogni personaggio
Uno degli errori più comuni? Tutti i personaggi parlano con la stessa voce. Il test è semplice: togli i nomi dai dialoghi.
Si capisce ancora chi sta parlando? Ogni personaggio deve avere una voce distintiva.
Osserva questo esempio, stesso contenuto e tre personalità diverse.
Personaggio A (formale, riflessivo):
«Comprendo la tua perplessità. La situazione è effettivamente complessa e meriterebbe un’analisi più approfondita prima di qualsiasi decisione.»
Personaggio B (diretto, pragmatico):
«È complicato. Aspettiamo prima di decidere.»
Personaggio C (emotivo, esitante):
«Cioè… io… sì, è difficile, no? Non so, forse dovremmo… aspettare? O cosa pensi tu?»
Tre personalità completamente diverse che emergono solo dal modo in cui parlano.
L'intelligenza artificiale come alleato
L'AI può essere particolarmente utile per lavorare sui dialoghi. Ecco tre prompt pratici da provare subito.
Prompt 1 - Testa l'autenticità
Ho scritto questo dialogo: incolla il dialogo.
Analizza: 1. Suona naturale o artificioso?
2. I personaggi dicono cose che già sanno solo per informare il lettore?
3. C'è sottotesto o tutto è esplicito?
4. Le voci dei personaggi sono distinguibili?
L'AI funziona come un lettore esterno che individua quando il dialogo è troppo didascalico.
Prompt 2 - Aggiungi sottotesto
Questo dialogo è troppo esplicito: incolla dialogo.
Riscrivilo aggiungendo sottotesto.
I personaggi devono volere e/o pensare le stesse cose, ma non dirle direttamente. Impiega pause, evasioni, cambi di argomento, risposte indirette.
Esempio pratico, dialogo esplicito: "Sono adirata con te perché non mi ascolti mai."
Con sottotesto (generato con AI):
"Hai sentito quello che ho detto?"
"Cosa?"
"Esattamente."
Prompt 3 - Differenzia le voci
Ho due personaggi: descrivi personaggio A e descrivi personaggio B.
Devono entrambi dire questa cosa: "Non sono d'accordo con questa decisione."
Mostrami come lo direbbero in modo diverso, riflettendo la loro personalità, il background e il modo di parlare.
Un consiglio, non copiare meccanicamente ciò che l'AI ha generato. Utilizza l'AI per esplorare infinite possibilità e riscrivere con la tua voce.
Tre regole finali
1. Leggi i dialoghi ad alta voce.
Se ti inceppi, se suona non naturale quando lo pronunci, probabilmente lo è. La lettura ad alta voce rivela le artificiosità che sulla pagina sfuggono.
2. Taglia tutto ciò che è superfluo.
3. Il silenzio è un personaggio.
Le pause, i silenzi, ciò che non viene detto, hanno lo stesso peso delle parole pronunciate. Impiega con accortezza gli spazi bianchi e lascia respirare il dialogo.
In conclusione
Le conversazioni che vorremmo avere nel 2026, nella vita come nella scrittura, non sono fatte solo di parole. Sono fatte di pause, di silenzi, di cose non dette che risuonano più forte di qualsiasi affermazione esplicita.
L’intelligenza artificiale può aiutarti a individuare quando e dove i tuoi dialoghi suonano falsi, suggerirti delle alternative ma l’orecchio per il ritmo, per la pausa giusta, per la battuta che colpisce, quello resta tuo.
Quest’anno, scrivi conversazioni vere.

La regola d’oro per scrivere in modo accattivante
Proseguiamo il nostro percorso dedicato alle opportunità fornite dall'AI nell'ambito della scrittura creativa.
Ci occupiamo dello «Show, don’t tell», mostra, non raccontare.
È il mantra che riecheggia in ogni corso di scrittura creativa. Lo si sente ripetere ovunque, tanto che alla fine diventa un rumore di fondo.
Eppure, davanti alla pagina bianca, la mano segue un altro percorso. È più facile raccontare che un personaggio è triste, che ha paura, che è adirato. Una frase sola e ci sembra tutto più chiaro.
Ma sulla pagina non succede nulla. Non c’è un ambiente, non c’è un gesto, non c’è un tempo che scorre. C’è solo una voce che descrive.
Mostrare, invece, rallenta la scrittura, costringe a soffermarsi su un dettaglio, a scegliere un particolare da far vedere e/o da lasciare fuori.
Un bicchiere posato, intatto, sul tavolo, una risposta che arriva in ritardo, uno sguardo che scivola altrove. È a quel punto che il personaggio comincia a esistere, ed è allora che il lettore smette di ascoltare e comincia a guardare.
Cosa significa davvero "mostrare"
Mostrare non significa aggiungere descrizioni, ma cambiare punto di vista. Quando racconti, ti limiti a dichiarare un fatto o un’emozione, fornisci un’informazione e passi oltre. Il lettore la registra, come una nota a margine.
Quando mostri, invece, l’emozione prende corpo. Si infiltra nei gesti, nei silenzi, nelle reazioni involontarie. Laura, la nostra ipotetica protagonista, non è nervosa perché lo dici tu, lo è perché si mordicchia le labbra, perché indugia un istante prima di accettare una stretta di mano, perché le sue dita restano rigide e lo sguardo cerca una via di fuga.
A quel punto non stai più spiegando cosa prova un personaggio. Stai mettendo il lettore nella stanza con lei. E la differenza si sente: non riceve un’informazione, attraversa una scena.
I tre pilastri del “mostrare”
1. Dettagli sensoriali concreti
Mostrare significa tradurre un’impressione astratta in elementi percepibili. Dire che una stanza è “triste” non produce un’immagine, descrivere ciò che la rende tale sì. La polvere sui mobili, una luce soffusa che filtra da una finestra sporca, l’odore di chiuso, il silenzio interrotto solo dal rumore di una pendola sono questi i segnali che permettono al lettore di arrivare autonomamente alla stessa conclusione. I sensi costituiscono il ponte tra la pagina e l’esperienza del lettore. La vista è spesso dominante, ma l’efficacia aumenta quando entrano in gioco anche l'udito, l'olfatto, il tatto e il gusto.
Un semplice esempio:
TELL: «La casa era vecchia e abbandonata.»
SHOW: «Le assi del pavimento gemevano a ogni passo. Dalle crepe nel soffitto pendevano ragnatele grigiastre, e l’odore di muffa si attaccava alla gola. Sul tavolo, una tazzina dimenticata mostrava sul fondo un anello di caffè secco.»
2. Azioni e reazioni fisiche
Le emozioni non restano astratte: si manifestano attraverso il corpo. La paura accelera i battiti, irrigidisce i muscoli, asciuga la bocca; la gioia si traduce in movimenti aperti, in sorrisi spontanei e gesti non controllati. Affermare che un personaggio è adirato informa il lettore; mostrare la mascella serrata, le nocche bianche sul volante, una risposta troppo brusca o una porta sbattuta consente di percepire quella rabbia senza neppure nominarla.
TELL: «Elena era felice di rivederlo dopo tanto tempo.»
SHOW: «Quando lo vide sulla soglia, Elena sentì il cuore sobbalzare. Il sorriso le affiorò sul viso prima che potesse fermarlo. “Sei qui”, disse, e la voce le tremò.»
3. Il dialogo e i significati nascosti
Un dialogo tra personaggi spesso non rivela il significato sotteso alle parole pronunciate. Tensioni, paure, desideri e conflitti emergono spesso attraverso pause, esitazioni, risposte evasive, ripetizioni. Ciò che i personaggi evitano di dire è spesso più rivelatore di ciò che dichiarano apertamente.
TELL: «Non voleva ammettere di avere paura.»
SHOW: — Hai paura? — No — rispose Laura, troppo in fretta.
— Perché dovrei?
Lui non disse nulla, continuò a osservarla.
— Non ho paura — ripeté lei, stringendo ancora più forte la borsa.
Show, don’t tell, non è una legge inviolabile ma uno strumento narrativo, va usato semplicemente con criterio. In alcuni passaggi, raccontare non solo è legittimo, ma risulta essere più efficace. Mi riferisco, ad esempio, alle informazioni di passaggio, al riassumere alcuni punti, alla variazione del ritmo narrativo.
In questo contesto pertanto come può venirci in aiuto l'AI in qualità di tutor?
Lo vediamo subito.
Come l'AI può aiutarti con "Show, don't tell"
L’intelligenza artificiale può diventare il nostro miglior alleato quando si lavora sullo show, don’t tell, non per scrivere al nostro posto, ma per vedere ciò che, come autore, si rischia di non notare. In particolare, l’AI è utile in quattro momenti chiave: individuare il tell, esplorare le varie alternative, valutare l’equilibrio della scena e arricchirla con dettagli sensoriali.
Prompt 1 – Identificare il tell
Prompt, Ho scritto questo brano: [incolla il tuo testo].
Identifica tutte le frasi in cui sto “raccontando” (affermando emozioni, stati d’animo, caratteristiche) invece di “mostrare” (attraverso azioni, dettagli sensoriali, dialoghi). Per ognuna, spiega perché è tell e non show.
A cosa serve l’AI?
Funziona come un lettore esterno e lucido, che segnala le affermazioni generiche e/o astratte che tu potresti ormai dare per scontato.
Prompt 2 – Trasformare il tell in show
Prompt, Questa frase è tell: [incolla la frase].
Riscrivila in modalità show usando: 1. dettagli sensoriali concreti 2. azioni e reazioni fisiche 3. dialogo con significato sotteso
Genera tre versioni diverse, ciascuna con un approccio distinto.
Esempio TELL: Chiara era esausta dopo la giornata di lavoro.
Versione 1 – dettagli fisici
Chiara lasciò cadere la borsa appena varcata la soglia. Le gambe le pesavano come piombo e sopra gli occhi le pulsava un mal di testa sordo. Si appoggiò al muro, chiuse le palpebre.
Prompt 3 – Analizzare l’equilibrio tra show e tell
Prompt, Analizza questi tre paragrafi: [incolla il testo].
Valuta l’equilibrio tra show e tell. La scena è immersiva? Ci sono passaggi troppo raccontati? Quali frasi potrebbero essere trasformate senza appesantire la narrazione?
A cosa serve?
Mostrare sempre non è un valore assoluto. Questo prompt ti aiuta a dosare, evitando scene lente o sovraccariche.
Prompt 4 – Generare dettagli sensoriali
Prompt, Ho questa scena: [descrivi la situazione base].
Suggerisci cinque dettagli sensoriali (vista, udito, olfatto, tatto, gusto) coerenti con un’atmosfera (tesa / malinconica / gioiosa ecc.).
A cosa serve?
È uno strumento rapido per sbloccare l’immaginazione e rendere una scena più accattivante, senza aggiungere spiegazioni inutili.
In conclusione, l’intelligenza artificiale può veramente essere un nostro alleato quando si lavora sullo show, don’t tell. Non per scrivere al nostro posto, piuttosto per far emergere ciò che, come autore, si rischierebbe di non notare. In buona sintesi, l’AI è efficace in quattro momenti chiave: l'individuazione del tell, l'esplorazione delle possibili alternative, la valutazione del giusto equilibrio di una scena e la necessità di arricchirla con dettagli sensoriali.
